Home

  • Guerra in Ucraina, tonnellate di grano ferme sul Mar Nero: rischio di una «crisi globale della fame»

    Guerra in Ucraina. Porti bloccati nella stessa regione e, come se non bastasse, paralisi del porto di Shanghai, il più grande del mondo, per via del Covid. Fenomeni ricorrenti di siccità e carestia causati dal riscaldamento globale. Inflazione galoppante, cominciata già prima del conflitto scatenato dalla Russia. Tutto questo crea una miscela esplosiva per i mercati agroalimentari mondiali, che si somma agli sconvolgimenti sui mercati del petrolio e del gas. Il World food program (Wfp) dell’Onu lancia l’allarme «per evitare che la crisi globale della fame sfugga al controllo». Secondo la stessa agenzia, agli attuali 276 milioni di persone che nel mondo, dopo la pandemia, soffrono la fame (prima del Covid erano 135 milioni) rischiano di aggiungersene 47 milioni. «I silos di grano dell’Ucraina sono pieni. I porti sul Mar Nero sono bloccati, lasciando milioni di tonnellate di grano intrappolate in magazzini a terra o su navi che non possono muoversi», spiegano ai piani alti del Wfp. Continua a leggere…

  • Il 40 per cento della terra è degradata.In Costa d’Avorio, la Cop 15 contro la desertificazione

    Il 40 per cento della terra del pianeta è degradata. Un fattore che colpisce direttamente metà dell’umanità e minaccia la metà del PIL globale (44 trilioni di dollari). Secondo il Global land outlook pubblicato dalle Nazioni unite, se continuassimo a sfruttare la terra senza curarci delle conseguenze in pieno stile buisiness as usual fino al 2050, ci sarebbe un ulteriore degrado di un’area grande quasi quanto il Sud America. Come spiega l’Onu, l’attuale impegno dei Paesi a ripristinare 1 miliardo di ettari degradati entro il 2030 richiede 1,6 trilioni di dollari in questo decennio. Una frazione dei 700 miliardi di dollari annuali spesi in combustibili fossili e sussidi agricoli. Continua a leggere…

  • Per salvare Venezia mettiamola in vendita

    Dato per assodato che le pietre da sole non bastano per renderla una città irripetibile, data per auspicabile una vera regolamentazione dei flussi turistici, non resta che trovare la soluzione per arginarne lo svuotamento, con una “cura d’urto” mai immaginata prima, dai contorni persino scandalosi: mettere all’asta la sua salvezza. Chiedendo a un privato o più privati che se la comprino.
    Nella città dove tutto è in vendita, a questo punto mettiamo all’asta la sua salvezza. Laddove il pubblico – dal Comune che autorizza cambi d’uso nonostante una propria delibera ne stabilisca il blocco, allo Stato che non legifera sulle affittanze turistiche – è latitante, non resta che affidarsi al privato. Il privato inteso come una persona fisica particolarmente danarosa o un insieme di filantropi, fondazioni, enti internazionali che abbiano a cuore la sopravvivenza di Venezia. Continua a leggere…

  • I volti dell’Ucraina a Venezia

    Nei primi giorni di marzo, mentre l’esercito russo raggiungeva i dintorni di Kiev, e i primi carrarmati rompevano le linee di difesa ucraine e irrompevano nella cittadina di Bovary, ho chiamato Oleksandr Chekmenyov. Ha risposto immediatamente. Oleksandr si stava nascondendo in uno scantinato con la sua famiglia e una famiglia con cinque bambini a cui stava dando rifugio. Si trovava relativamente al sicuro (ogni sicurezza oggi in Ucraina è relativa) ma aveva bisogno di un po’ di soldi per dare da mangiare a tutta la compagnia. Il problema si è risolto velocemente, ma alla telefonata seguente Chekmenyov non riusciva a parlare. La linea era disturbata, interrotta da continui ronzii. “Sto lavorando”, urlava. “Ti richiamo più tardi”. Continua a leggere…

  • Una nuova cultura politica

    Il discorso di Joe Biden in visita in Alabama alla più grande fabbrica di armi al mondo mostra lo scontro tra imperi in atto e spiega le ragioni dell’accanimento contro chi rifiuta la guerra. Ma dal momento che quello in Ucraina è soltanto uno dei 160 conflitti armati in corso nel mondo, in gran parte ignorati dai grandi media e accompagnati dal rischio dell’apocalisse nucleare, è evidente, scrive Pasquale Pugliese, come oggi non ci siano più alternative: abbiamo bisogno di portare il tema della costruzione della pace con mezzi pacifici stabilmente al centro di una nuova cultura politica. Disarmo, riconversione sociale delle spese militari, costruzione della difesa civile non armata sono alcune delle proposte ed esperienze da cui partire sul piano locale e internazionale… Continua a leggere…

  • Prenditi una pausa dai social e starai meglio

    Uno studio dell’Università di Bath, in Inghilterra, ha dimostrato che limitare o “abbandonare” i social network per una settimana ha effetti positivi su ansia e depressione

    Uno studio dell’Università di Bath, in Inghilterra, ha dimostrato che limitare o “abbandonare” i social network per una settimana ha effetti positivi su ansia e depressione

    Avete mai provato a stare senza social network per una settimana? I ricercatori dell’Università di Bath, una città nota per le sue sorgenti calde naturali nella zona meridionale del Regno Unito, ci hanno pensato. Hanno privato più di un centinaio di persone di Facebook, Instagram, Twitter e TikTok e hanno cercato di comprenderne gli effetti. Spoiler: ansia e depressione sono diminuiti. Il team ha pubblicato i risultati su Cyberpsychology, Behavior and Social Networking, la rivista che raccoglie ricerche autorevoli sulla comprensione dell’impatto sociale, comportamentale e psicologico delle pratiche di social networking, inclusi giochi e commercio su Internet.

    Secondo alcuni studi, ad aprile 2022 ci sono circa 4,65 miliardi di utenti di social media in tutto il mondo, ovvero il 58,7% della popolazione globale. Negli ultimi 12 mesi c’è stata una crescita di 326 milioni di nuovi arrivi, con ben 9 su 10 che utilizzano i social ogni mese: la crescita equivale a 10 persone nuove ogni secondo. I social che superano i 2 miliardi di utenti attivi mensili sono Facebook (con quasi 3 miliardi) e Whatsapp, seguiti da TikTok (1 miliardo). Come spiegano gli autori della ricerca, per alcuni dei 154 partecipanti tra i 18 e i 72 anni questo stop dai social ha significato liberare circa nove ore della loro settimana che solitamente spendevano scorrendo le foto di Instagram, i post di Facebook, i cinguettii di Twitter e i video di TikTok. È bastata una settimana di assenza dai social network per migliorare il livello generale di benessere di questi individui, oltre a ridurre i sintomi di ansia e depressione.

    Sono stati assegnati a due gruppi: in uno dovevano limitare l’uso dei social a 21 minuti complessivi in 7 giorni, nell’altro dovevano utilizzarli con una media di 8 ore a settimana. All’inizio e alla fine dello studio sono stati registrati dei punteggi relativi ad ansia, depressione e benessere. Sulla scala del benessere mentale di Warwick-Edinburgh, il punteggio di chi aveva limitato e quasi tolgo i social è salito da una media di 46 a 55,93. I livelli di depressione, poi, sono scesi da 7,46 a 4,84 nel Patient Health Questionnaire-8. Il ricercatore capo del Dipartimento per la salute di Bath, il dottor Jeffrey Lambert, ha spiegato che «scorrere i social media è così automatico che molti di noi lo fanno quasi senza pensare, dal momento in cui ci svegliamo a quando chiudiamo gli occhi di notte».

    Lambert e i suoi colleghi volevano capire se una semplice settimana avrebbe potuto fare la differenza, e «molti dei nostri partecipanti hanno riportato effetti positivi dalla pausa dai social media con un miglioramento dell’umore e meno ansia in generale. Questo suggerisce che anche solo un piccolo stop può avere un impatto». Potrebbe essere un passo avanti nello studio del rapporto tra social media e salute mentale: i ricercatori ora vorrebbero seguire le persone per più di una settimana, per vedere se i benefici durano nel tempo. Se così fosse, in futuro questo approccio potrebbe essere utilizzato per aiutare a gestire clinicamente ansia e depressione.
    Fonte: La svolta

  • Ci sono state di nuovo decine di denunce di molestie all’adunata degli Alpini

    Oltre cento donne hanno testimoniato di aver subito molestie e abusi da parte di alcuni dei partecipanti all’adunata nazionale degli Alpini che si è tenuta questo weekend a Rimini e a San Marino. Non è la prima volta che in occasione del ritrovo, che quest’anno ha radunato decine di migliaia di persone, si accumulano segnalazioni di comportamenti inappropriati e molestie verbali e fisiche sessiste, compiute spesso da uomini in gruppo e ampiamente tollerate. Questo mentre il sito dell’evento dice che «la sfilata è stata la dimostrazione dell’incrollabilità e della saldezza dei valori di fratellanza, pace e solidarietà da sempre portati avanti dall’Associazione Nazionale Alpini (ANA)», a cui si attribuisce «un’attenzione particolare per i giovani», sia «per trasmettere loro i suoi valori, sia per garantire ai ragazzi un futuro fatto di coscienza civile e capacità di operare a favore della comunità, della Patria».

    «Ieri sera mentre andavo in bici mi hanno fermata cercando di farmi entrare in un capannone, io sono scappata pedalando più veloce» ha raccontato una donna in una delle molte testimonianze raccolte dal movimento femminista Non Una di Meno, attivo anche con un nodo territoriale a Rimini. «Faccio la cameriera e tra ieri e oggi è stato surreale il livello di molestie che ho dovuto sopportare. Gente che allunga le mani, cerca di darti baci sulla guancia dopo averti tolto di forza la mascherina, continui apprezzamenti che passano dal “sei bella” a chiederti che intimo indossi, se lo indossi» ha detto un’altra.

    Molte denunce sono arrivate da donne che stavano lavorando: «Durante il mio turno come barista un alpino ha cercato di infilarmi la lingua in gola. Un altro mi ha attirata a sé in modo che potessi cadere sulle sue ginocchia» ha detto una di loro. Altri racconti hanno segnalato la distribuzione di biglietti da visita per strada sui quali, oltre a un numero di cellulare, c’era scritto: «se ti senti sola ed annoiata chiama un Alpino dell’Adunata…». Su uno dei palchi, ha detto Non Una di Meno durante una conferenza stampa organizzata sabato in piazza, è stato pronunciato lo slogan «il battaglione Aosta sta sempre sulle cime, ma quando scende a valle attente ragazzine».

    Molte delle donne che hanno raccontato la loro esperienza di molestie hanno anche detto che si trovavano accanto a pattuglie di polizia che, però, non sono intervenute. «Tu non vuoi andare in bagno vuoi solo il mio uccello» ha riferito di essersi sentita dire un’altra donna; «Insistenza pesante e “te la leccherei tutta”, mi sono dovuta nascondere in un bar di amici» ha sintetizzato un’altra ancora, in una delle molte testimonianze consultabili sulla pagina Instagram di Non Una di Meno Rimini, che ha indetto per lunedì un’assemblea pubblica per parlare di quanto accaduto.

    Sono riminese, sono una barista e soprattutto una donna.
    Fra ieri e oggi quello che ho subito dagli alpini è svilente di ogni donna.
    Un alpino ha provato a leccarmi sulla bocca mentre prendevo un ordine al tavolo.
    Uno mimava un atto sessuale mentre mi giravo per sparecchiare.

    Quanto successo a Rimini non è comunque una novità. Diverse adunate erano finite sulle pagine dei giornali per gli stessi identici motivi: in un caso, a Trento nel 2018, era arrivata anche una presa di posizione ufficiale dell’ANA che dopo il moltiplicarsi delle testimonianze aveva pubblicato un comunicato in cui esprimeva solidarietà alle donne che avevano subito violenza fisica e verbale durante il raduno. In quel comunicato l’ANA si dissociava «da simili comportamenti». Ad oggi, non risulta comunque che il problema sia stato assunto o affrontato in modo più strutturale, né dall’ANA né a livello politico.

    Gli alpini sono le truppe da montagna dell’esercito italiano. Vennero costituiti nell’ottobre del 1872 per proteggere, almeno all’inizio, i confini montani settentrionali dell’Italia con Francia, Impero austro-ungarico e Svizzera, ma quasi da subito vennero inviati in Africa per combattere le guerre coloniali del Regno d’Italia, per poi conquistare la Libia durante la guerra italo-turca, nell’autunno del 1911, e di nuovo durante il fascismo per la guerra d’Etiopia. Durante la Prima guerra mondiale furono invece impiegati al confine nord-est con l’Austria-Ungheria e durante la Seconda guerra mondiale combatterono a fianco delle forze dell’Asse principalmente nei Balcani e sul fronte orientale.

    L’associazione nazionale alpini (ANA) nacque alla fine della Prima guerra mondiale (l’8 luglio del 1919) da un gruppo di reduci che si incontrarono alla Birreria Spatenbräu di via Foscolo, a Milano. In quell’occasione nacque anche il giornale L’Alpino, che esiste ancora. Nel settembre del 1920 venne organizzata la prima adunata nazionale sul Monte Ortigara, in provincia di Vicenza, dove nel 1917 si era svolta una battaglia in cui morirono migliaia di soldati. Alla prima adunata ne seguirono altre: gli incontri vennero interrotti per sette anni durante la Seconda guerra mondiale, e nell’ottobre del 1948 ricominciarono da Bassano del Grappa, in Veneto. Dopo la sosta del 1950, anno del Giubileo, ripresero senza più sospensioni, almeno fino a quelle causate negli ultimi due anni dalla pandemia.

    Ogni adunata nazionale – un grande raduno di soldati, ex soldati, simpatizzanti e volontari – ha un suo motto, scelto dal consiglio direttivo nazionale, che diventa il tema della manifestazione e degli eventi dell’associazione durante tutto l’anno. La città dell’adunata viene scelta dall’associazione nazionale tra quelle che si sono candidate e quest’anno, a Rimini e San Marino. Il motto era «Pronti per altri 100 anni”. L’adunata è durata quattro giorni (tre a Rimini e uno a San Marino) durante i quali ci sono stati vari momenti rituali: alzabandiera, deposizioni di corone ai caduti, lancio di paracadutisti, sfilate e concerti di cori e fanfare, e la sfilata finale a cui hanno partecipato 75 mila alpini.

    Sul sito dell’ANA si trova anche un decalogo dell’adunata, con le regole di buon comportamento che dovrebbe rispettare chiunque decida di partecipare. I “comandamenti”, come vengono chiamati, sono dieci: il labaro, cioè l’insegna militare, deve essere salutato da tutti; durante la sfilata va tenuto il passo scandito dalle fanfare e non ci si deve muovere «tipo gregge», cosa «che non onora la sezione»; non si possono portare trabiccoli (cioè veicoli addobbati in modo strano e spesso con damigiane di vino, molto presenti in realtà anche alle adunate del recente passato); e i famosi cappelli con la piuma vanno rispettati («sia fatto togliere ogni ammennicolo che li rende ridicoli cenci»).

    Poi ci sono una serie di norme di comportamento scritte in modo piuttosto creativo: hanno a che fare con i comportamenti violenti, con l’ubriachezza e con il «rispetto del gentil sesso».

    «Si convincano i propri associati che i comportamenti violenti non devono in alcun modo entrare nella nostra Associazione. Portare il cappello alpino non autorizza alcuno a sentirsi superiore agli altri, anzi! Chi si dovesse macchiare di questa colpa dovrà essere subito espulso dalla Sezione.

    Uno degli spettacoli più rivoltanti è offerto da quanti alzano il gomito. L’ubriachezza è uno dei vizi peggiori dell’uomo: degrada e svilisce l’individuo compromettendone la dignità personale. Occorre condurre un’assidua campagna per convincere i riottosi che il bere in eccesso non ha mai reso l’alpino più alpino.

    (…)

    Rispetto per il sonno altrui: non si capisce perché le notti, soprattutto di sabato, molti si sentano autorizzati a infastidire il prossimo con urla, canti sguaiati, trombette e rombi di motore fino alle prime luci dell’alba. Sono manifestazioni di pura stupidità, non di alpinità.

    Rispetto per il gentil sesso: il comportarsi male con loro, unito a sguaiataggini varie, trasforma l’adunata in un baccanale».

    Quelli dell’ubriachezza diffusa e delle molestie sessuali sono insomma problemi noti agli organizzatori. L’ANA però finora non ha commentato ufficialmente quanto accaduto, ma come ha riportato il Corriere della Sera ha ridimensionato la vicenda facendo presente che le varie segnalazioni di molestie sono state fatte sui social e che non è stata presentata alcuna denuncia formale alle forze dell’ordine. Sebastiano Favero, il presidente dell’ANA, ha poi dichiarato che gli alpini a ogni adunata portano «allegria e un po’ di goliardia», che loro sono «i primi a intervenire se qualcuno esagera» e che ci sono «purtroppo (…) anche gruppi di infiltrati. Persone, giovani soprattutto, che comprano un cappello finto e si mescolano tra noi per fare baldoria».

    A sua volta, la vicesindaca di Rimini, Chiara Bellini, è intervenuta su Facebook dicendo che non si deve mai «accusare un gruppo o una categoria di persone solo perché fanno parte di essi alcuni poco di buono, delinquenti o molestatori». Ha scritto che ciò che va condannato «sono certi atteggiamenti sessisti, molestie verbali, commenti non voluti o graditi alle donne» e che «se si verificassero degli episodi di molestia questi dovrebbero essere sempre segnalati, immediatamente, alle forze dell’ordine, onde evitare degenerazioni».

    Fonte: Il Post

  • I giovani lavoratori italiani sono i piùstressati d’europa. La cultura del superlavoro è tossica

    Il lavoro dona armonia alla vita e nobilita l’uomo. Lo stesso articolo 4 della Costituzione italiana ha stabilito che “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro”. Non è soltanto un diritto, ma anche un dovere di solidarietà che impegna ognuno di noi nel progresso sociale ed economico del Paese. Eppure, sempre più spesso lo percepiamo come una gabbia da cui evadere, che ottenebra e spinge le persone in uno stato di insoddisfazione continua. Il motivo non è il lavoro in sé, ma l’idea del superlavoro che la società capitalista è riuscita a imporci nel corso dell’ultimo secolo.

    Un esempio è quello del Giappone, dove la rivoluzione industriale si è imposta con rapidità durante la Restaurazione Meiji del 1868. A oltre centocinquant’anni di distanza, nel Paese molti lavoratori dedicano ancora alla loro occupazione più di 12 ore al giorno, riservando a familiari, affetti e svaghi il poco tempo rimanente. Uno studio del Japan’s National Center for Child Health and Development ha rivelato che circa il 36% dei padri giapponesi spende gran parte del proprio tempo fra lavoro e pendolarismo, riservando ai figli e alle faccende domestiche soltanto 10 minuti al giorno. La cultura del superlavoro è così diffusa da spingere i dipendenti a usufruire di meno della metà dei giorni di vacanze a disposizione e a lavorare anche 100-200 ore in più rispetto a quanto è previsto da contratto e imposto dalla legge. Prendersi delle ferie, ma anche soltanto uscire dall’ufficio prima del proprio capo, è percepito come segno di poca dedizione e attaccamento all’azienda. Il risultato è che, secondo le stime del Japan Timesun giapponese su cinque rischia di morire di karoshi, il decesso da superlavoro che nel solo 2019 ha provocato la morte, tra suicidi e infarti, di almeno 174 persone.  

    Anche la Cina del boom economico comincia a fare i conti con le ripercussioni del troppo lavoro. Per competere con la Silicon Valley, il Paese ha infatti attuato per anni il metodo noto con lo slang di 996, che costringeva i dipendenti delle aziende a fare turni massacranti di 12 o anche 14 ore al giorno – per un totale di 72 ore settimanali. Tali condizioni lavorative sono state recentemente dichiarate illegali dalla Corte suprema cinese, ma continuano a essere molto diffuse e a provocare fenomeni di suicidi e di morti. A febbraio, il responsabile dell’Unità di Censura a Wuhan di Bilibi – nota piattaforma di video streaming – è morto per emorragia cerebrale dopo aver concluso l’ennesimo turno notturno di oltre 12 ore durante le vacanze del capodanno lunare. Alcuni giorni dopo, la stessa drammatica sorte è toccata a un ingegnere ventenne di ByteDance – società madre di TikTok – crollato nella palestra aziendale e solito fare, come ha raccontato la moglie, molte ore di lavoro straordinario. Altre morti per sospetto superlavoro hanno riguardato l’azienda Pinduoduo, il più grande e-commerce in Cina, che secondo il racconto di un ex impiegato su Weibo farebbe lavorare i dipendenti dalle 300 alle 380 ore al mese.

    Nonostante anni di battaglie sindacali e scioperi nelle piazze, anche in Europa la situazione non è delle migliori. In base agli ultimi dati Eurostat – diffusi nel marzo 2022 – in Europa si lavora in media per 37 ore alla settimana: i Paesi più stacanovisti sono la Grecia (41,6 ore), la Polonia (40,8 ore), la Romania (40,2 ore) e la Bulgaria (39,9 ore), mentre l’Italia si attesta sulla media registrata. A queste ore, però, vanno aggiunte quelle di straordinario, che – come ha rivelato l’indagine di Eurofound 2022 – sono considerate ormai molto spesso una norma e non una situazione eccezionale di cui servirsi in circostanze specifiche. Molti dipendenti, terrorizzati dall’insicurezza finanziaria e dal timore del licenziamento, infatti, lavorano ben oltre l’orario stabilito per mostrarsi indispensabili o guadagnare la stima del proprio datore di lavoro. Tale meccanismo non risparmia neanche i dirigenti, che difendono lo status quo sacrificando la maggior parte del loro tempo, lavorando fino a tarda notte e mettendo da parte vita privata, famiglia, affetti, salute e piaceri.

    La pandemia, inoltre, ha peggiorato la situazione. Con la diffusione dello smart working, i dipendenti sono stati spesso costretti a lavorare quasi 2 ore in più al giorno rispetto a quanto previsto dal contratto per compensare le potenziali perdite di produttività o per smentire il pregiudizio, comune a moltissimi imprenditori, che lavorando da remoto si lavori meno. Gli straordinari da casa, però, non sono stati quasi mai riconosciuti formalmente e registrati, e quindi non sono stati retribuiti. Non a caso, lo studio dell’ADP Research Institute ha notato che, rispetto al periodo pre-pandemico, nel 2021 si è registrato un aumento considerevole (+7,3%) di chi lavora senza compenso tra 6 e 10 ore alla settimana e un aumento – più contenuto ma non trascurabile – del 2% di chi afferma di lavorare gratis addirittura fra le 11 e le 15 ore a settimana. Va poi tenuto in considerazione anche il fatto che, lavorando da casa, si fa molta più fatica a disconnettersi dal lavoro e ad avere orari precisi: si tende a rendersi perennemente reperibili, e ci si sente spesso costretti a rispondere a chiamate, e-mail o call. Se dunque, da un lato, lo smart working si è rivelato una grande risorsa, dall’altro – per via del suo cattivo uso e di regolamentazioni lacunose – ha contribuito a turbare ancora di più le acque, facendo scontrare prepotentemente il tempo lavorativo con quello familiare e privato. 

    La cultura del superlavoro sta avendo pesanti ripercussioni sulla salute fisica e mentale dei lavoratori. Un italiano su due dichiara infatti di soffrire di frequenti problemi di ansia e insonnia e di manifestare sintomi legati al burnout come sensazione di sfinimento, calo dell’efficienza lavorativa, aumento del distacco mentale e cinismo rispetto alla propria occupazione. La generazione maggiormente colpita è quella degli under 35: secondo una ricerca di Bain & Company, i giovani lavoratori italiani sono i più stressati in Europa e fra i più stressati al mondo dopo i giapponesi e i brasiliani. Non è un caso, perciò, che soprattutto per questa fascia d’età si stiano registrando numerose dimissioni. Nel 2021, il Ministero del Lavoro ha registrato 2 milioni di abbandoni volontari da parte dei dipendenti – un più +33% rispetto al 2020 – di cui il 43,2% dei casi è costituito da giovani.

    A dispetto di ciò che si pensava, nel Ventesimo secolo le innovazioni tecnologiche e digitali non hanno alleggerito le condizioni dei dipendenti. L’abbattimento dei tempi di produzione e le preziose opportunità offerte dal lavoro agile sono andate tutte a vantaggio del datore di lavoro, che richiede una sempre maggiore flessibilità di orario ai lavoratori, soffocando la loro dimensione personale. A questa conclusione era già arrivato un secolo fa Luigi Pirandello, che nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore denunciò la perdita di personalità del lavoratore, ormai simile a un automa: “L’uomo che prima, poeta, deificava i suoi sentimenti e li adorava, buttati via i sentimenti, ingombro non solo inutile ma anche dannoso, e divenuto saggio e industre, s’è messo a fabbricar di ferro, d’acciaio le sue nuove divinità ed è diventato servo e schiavo di esse”. 

    In alcuni momenti di lucidità, è la stessa classe dei lavoratori a percepire i macchinari come un avversario contro cui confrontarsi. Paul Lafargue, genero di Karl Marx, nel libello Le Droit à la paresse scrisse che “più la macchina si perfeziona e supera il lavoro dell’uomo con una sempre maggiore rapidità e perfezione, più l’operaio, invece di prolungare di altrettanto il suo riposo, raddoppia l’ardore, come se volesse competere con la macchina!”. 

    Questo modello non sarà sostenibile ancora a lungo, indifferentemente dalla classe sociale di riferimento. Bisogna liberarsi dalla “strana follia” della civiltà dei consumi, descritta da Lafargue come: “l’amore del lavoro, la passione esiziale del lavoro, spinta sino all’esaurimento delle forze vitali dell’individuo e della sua progenie”. La soluzione, apparentemente banale, sta nella riduzione dell’orario lavorativo a parità di salario. Questo porterebbe a una più equa distribuzione della ricchezza, e a un aumento dell’occupazione e della produttività, oltre a permettere ai lavoratori di dedicarsi alla propria famiglia, allo sport o ad attività che rivitalizzano l’animo, come la letteratura, la musica o la pittura. 

    Bertrand Russell

    Secondo Bertrand Russell, bastano quattro ore di lavoro al giorno per mantenere gli uomini felici senza compromettere il sistema produttivo. In Elogio dell’ozio, pubblicato nel 1935, ha scritto che “se nei tempi antichi l’ozio di pochi poteva essere garantito soltanto dalle fatiche di molti, la tecnica moderna ci consente di distribuirlo equamente tra tutti i membri della comunità”. Per il filosofo gallese, con gli innovativi metodi di produzione si può distruggere l’etica del lavoro, definita non a caso “etica degli schiavi”. Al posto di renderle l’ennesimo strumento con cui i datori di lavoro vessano i dipendenti, le nuove tecnologie hanno il potenziale per assicurare a ciascuno di noi la pratica dell’ozio, intesa come contemplazione del circostante e utile per ritrovare la propria dignità di uomini. Non a caso, Russell auspicava anche una riforma dell’istruzione, per  “Educare e raffinare il gusto in modo che un uomo possa sfruttare con intelligenza il proprio tempo libero”. 

    Per mettere in pratica la visione del filosofo è necessario dare vita a una cultura del lavoro meno autoritaria, fondata sulla collaborazione fra titolare e impiegato, dove le tecnologie e il digitale giochino un ruolo positivo senza diventare l’ennesimo nemico da combattere o da accettare con rassegnazione. Ma soprattutto è necessario che i sindacati, accusati di essere sempre più distanti dai problemi reali dei lavoratori, si battano per le riduzioni di orario e le nuove assunzioni in un’ottica che metta al centro la qualità del lavoro e non il solo monte ore settimanale. Dobbiamo avere la prontezza e la forza di fronteggiare il culto del superlavoro prima che sia troppo tardi, per mettere al sicuro la nostra dignità di lavoratori e quella delle future generazioni. Soltanto con condizioni più umane e una decisa riduzione dell’orario lavorativo, come ha scritto  Russell, “Ci saranno felicità e gioia di vivere, invece di nervi sfilacciati, stanchezza e dispepsia”.

    Fonte: The Vision

  • Darwin sapeva come piantare foreste più forti per combattere il cambiamento climatico

    Nel 1859 il naturalista inglese Charles Darwin ha pubblicato il testo “L’origine della specie” e, in un’ottica laica e apertamente sfidante verso le convenzioni del tempo, ha cambiato inevitabilmente il nostro modo di vedere il mondo.

    Tra le sue brillanti osservazioni ce n’è una, all’inizio del quarto capitolo del libro, che se riletta oggi potrebbe aiutarci nella lotta al cambiamento climatico, la più grande minaccia alle nostre foreste (oltre alla deforestazione), dal momento che sottopone gli alberi a enormi stress dovuti a siccità, ondate di calore, tempeste e incendi. Una riflessione riassumibile in modo molto semplice: tante specie diverse che convivono nello stesso territorio crescono in modo più sano di una singola specie piantata individualmente. Vista la caratura del testo e del personaggio a cui ci stiamo riferendo potrebbe sembrare incredibile ma, negli oltre 150 anni successivi alla pubblicazione del libro, questo specifico passaggio non è stato applicato spesso, tanto che le attuali politiche di riforestazione tendono piuttosto a puntare su monocolture.

    A indicare l’importanza di questo passaggio del biologo inglese è stata la rivista The Conversation, dove Rob MacKenzie, direttore e fondatore del Birmingham Institute for Forest Research e Christine Foyer, professoressa di biologia presso l’Università di Birmingham, hanno sottolineato come l’osservazione di Darwin possa essere un punto di partenza ideale per un cambio di paradigma necessario. Secondo il loro punto di vista, infatti, nessuna tecnologia umana è  in grado di competere con il lavoro di una foresta per quanto riguarda l’assorbimento di anidride carbonica e il suo conseguente stoccaggio, e il suggerimento contenuto ne “L’origine della specie” potrebbe essere la chiave per affrontare il cambiamento climatico.

    Le idee su cui si basa la teoria di Darwin

    Le indicazioni di Darwin fornirebbero quindi una guida illuminata su come predisporre la piantumazione di alberi.

    Senza ombra di dubbio avere dalla nostra parte foreste rigogliose rappresenta uno strumento estremamente potente per mitigare la crisi climatica , ma parliamo di macchine complesse, spesso formate da milioni di componenti” affermano Foyer e MacKenzie.

    Le foreste che seguono il modello descritto nel libro di Darwin, e che quindi puntano sulla diversità della piantagione, ambiscono a crescere da due a quattro volte in più, massimizzando l’assorbimento dell’anidride carbonica nell’aria e dimostrando maggiore resilienza alle epidemie, ai cambiamenti climatici e alle condizioni metereologiche estreme.

    Darwin spiega le differenze di condizione tra le foreste monospecie e quelle multispecie, sostenendo che in queste ultime ogni varietà di pianta accede a diverse fonti di nutrienti rispetto alle altre, rendendo la competizione per le risorse decisamente meno pressante. Ciò si traduce in piante più forti, dagli steli e i tronchi più alti, e quindi a maggior spazio per immagazzinare CO2.

    Le foreste miste inoltre sono più resistenti alle malattie, e meno vulnerabili agli attacchi di batteri e parassiti, dal momento che ogni patogeno prende di mira un bersaglio privilegiato. Avendo una rosa più nutrita di piante da poter colpire quest’ultimo agirà con minore aggressività, con una percentuale di rischio di provocare danni irreversibili decisamente ridotta.

    Il caso studio dell’effetto Darwin

    Proprio per discutere le considerazioni di Charles Darwin, un gruppo di esperti impegnati nella lotta al cambiamento climatico provenienti da Australia, Canada, Germania, Italia, Nigeria, Pakistan, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti si è recentemente riunito per studiare un nuovo modo di dar vita a foreste che assorbano il carbonio in modo più efficiente.  L’evento è frutto di una collaborazione tra la Association of Applied Biologist e il Birmingham Institute of Forest Research ed è parte fondamentale del programma istituito dal Regno Unito per raggiungere l’obiettivo delle zero emissioni entro il 2050. All’incontro hanno partecipato anche MacKenzie e Foyer.

    “Questo meeting è un passo fondamentale nel percorso verso il net zero, perché abbiamo ancora delle domande vitali a cui rispondere a proposito di quali alberi dovremmo piantare, dove piantarli e cosa fare con loro una volta cresciuti”.

    Per net zero si intende il punto d’incontro tra la percentuale di carbonio emessa nell’atmosfera e quella rimossa. Gli esperti hanno discusso inoltre il caso studio della tenuta di Norbury Park, in Inghilterra, dove sfruttando il cosiddetto “effetto Darwin” si è riusciti a catturare oltre 5.000 tonnellate di CO2 in un anno. Un record che l’ha reso il territorio più carbon-negative -ovvero in grado di creare un vantaggio ambientale eliminando più carbonio di quello che viene emesso- di tutto il Regno Unito.

    Sempre MacKenzie e Foyer, continuano:

    “Oggi sappiamo che è impossibile piantare direttamente una foresta, ma possiamo progettare grandi piantagioni che nel corso degli anni fioriranno in boschi rigogliosi per le future generazioni”.

    Darwin ci ha mostrato la strada più di un secolo e mezzo fa, a noi non resta che seguirla e immaginare una risposta pratica alle crisi climatiche e che ci permetta anche di preservare la biodiversità del nostro pianeta.

    Fonte: Bnpparibas

  • Ora su WhatsApp si possono mettere le reazioni ai messaggi

    Il nuovo sistema è in fase di diffusione, insieme a un’espansione del numero massimo di partecipanti alle chat e della dimensione dei file da condividere

    Tra giovedì e venerdì WhatsApp, una delle applicazioni più usate al mondo per scambiarsi messaggi, ha introdotto la possibilità di inserire reazioni con gli emoji direttamente ai messaggi ricevuti, come si può fare da tempo con i post su Facebook e altri social network. La funzionalità era stata annunciata a metà aprile, ma si erano poi resi necessari alcuni tempi tecnici prima di arrivare alla sua diffusione. Meta, la società che controlla WhatsApp (e Facebook e Instagram) stima che entro una settimana l’aggiornamento sarà messo a disposizione degli oltre 2 miliardi di persone che in tutto il mondo utilizzano l’applicazione.

    Le reazioni sono un sistema più pratico e immediato di indicare gradimento o altro a un messaggio ricevuto, rispetto a inviare un nuovo messaggio contenente un emoji. La funzione è soprattutto utile nelle chat di gruppo per ridurre la quantità di messaggi scambiati, in segno di reazione a quelli ricevuti in precedenza da altri partecipanti alla conversazione.

    A proposito di chat di gruppo, WhatsApp ha deciso di estendere la quantità massima di partecipanti, portandola da 256 a 512. All’interno delle chat si potranno condividere inoltre file grandi fino a 2 GB, un incremento notevole rispetto al precedente limite di 100 MB.

    L’espansione del numero di partecipanti alle chat di gruppo è stata accolta con qualche critica e scetticismo. In passato WhatsApp aveva ricevuto numerose critiche per la quantità di notizie false che spesso circolano all’interno dei gruppi, che in alcuni casi hanno anche portato a gravi casi di cronaca. Da allora Meta ha lavorato per aggiungere sistemi di segnalazione dei messaggi dannosi e arricchito gli strumenti per moderare le conversazioni, cercando al tempo stesso di tutelare la privacy degli utenti.

    Fonte: il post